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Le parole segrete - Joanne Harris

Runemarks - Joanne Harris

Le parole segrete di Joanne Harris rappresenta il primo volume della saga Runemarks, al momento costituita da questo romanzo e da Le parole di luce. È inoltre il primo libro che leggo di questa autrice e di certo non sarà l’ultimo, dato che ne sono rimasta piacevolmente impressionata.
La protagonista di questa storia è Maddy, una bambina vivace e intelligente che sin dalla nascita è sempre stata additata come “strana” da tutti i membri del villaggio di Malbry, padre e sorella inclusi, a causa di uno strano segno presente sulla sua mano, una runa. Ciò non vieta però ai simpatici compaesani della bimba di sfruttarla per tutte le emergenze magiche, fingendo però che in realtà non esistano: ed è così che un’invasione di Goblin diventa una semplice infestazione da ratti. La sua vita cambia quando incontra uno straniero, il Guercio, che le riempie la testa di tutte le storie che conosce e le insegna come usare e sfruttare le rune e la loro magia: ogni anno l’uomo misterioso torna a farle visita, informandosi sui recenti accadimenti al villaggio. Finché un giorno non le affida un’importantissima missione, che metterà la sua vita e quella del mondo intero in pericolo.

Dopo La figlia dei ghiacci, mi sono trovata con Le parole segrete ad aver nuovamente a che fare con la mitologia nordica, anche se questa volta molto più da vicino: divinità come Loki, Thor e Odino, assieme a miti e strane creature, sono infatti dei veri e propri protagonisti di questa storia. Le antiche divinità vogliono infatti riprendersi il loro antico posto, scacciando l’Innominato e il suo culto assolutista. La Harris dipinge una società in cui è proibito sognare, in cui fantasticare è immorale e se si ha l’ardire di ribellarsi non si fa una bella fine. Coloro che sono diversi sono destinati a morire: l’unico motivo per cui Maddy è ancora in vita, nonostante l’evidente marchio, è l’essere nata in un paesino di campagna molto lontano dalla Fine del Mondo il cui prete non ha ancora avuto il coraggio di denunciarla. Ancora. Quello che attende in realtà è una prova inconfutabile della sua malvagità. Ci ritroviamo in un clima quasi medioevale, con gli Inquisitori deputati a estirpare le ultime tracce dell’antico culto. La magia ha un ruolo importantissimo nella narrazione, e indovinate come si chiama la ” formula” più potente? La Parola. Nuovamente, anche in questo romanzo, viene rimarcata l’importanza delle parole e il peso che esse possono avere.

La mappa del mondo di Le parole segreteIl romanzo è ricco d’azione e di personaggi e ciò rende praticamente impossibile annoiarsi. La narrazione è impostata come una lunga fiaba, con un linguaggio molto semplice e lineare, a volte addirittura con semplificazioni eccessive. Ha un target diverso dai soliti libri della Harris e penso che forse sia anche questo uno dei motivi che ha determinato la presenza di diverse recensioni non molto positive in rete. Una delle critiche che mi è capitato di leggere più volte rivolta a questo romanzo è stata l’eccessivo numero di personaggi: io sinceramente non ho avuto alcun problema a seguire le varie vicende (sarà perché sono abituata a leggere George Martin?:P). Anzi, mi sono piaciuti moltissimo i protagonisti creati dalla Harris, Maddy e Loki in primis, quest’ultimo spesso invischiato in siparietti divertenti che ho adorato. Le altre divinità, tolto Odino, non è che siano il massimo dell’intelligenza, ma sono divertenti proprio per questo (sono l’unica a cui Thor ha ricordato il classico quaterback americano?:P). Interessanti anche gli antagonisti, che, come in tutte le fiabe per bambini, sono cattivi fino al midollo e in grado di architettare piani terribilmente intricati e diabolici. I doppi giochi e gli inganni si sprecano, del resto quando c’è implicato Loki si sa, non ci si può fidare di niente e nessuno. Non vedo l’ora di leggere il seguito per incontrare nuovamente tutta questa marmaglia.

In definitiva, Le parole segrete è un romanzo fantastico dedicato a un pubblico giovane molto ricco e interessante, scritto forse con una semplicità eccessiva ma con un wordbuilding intrigante e diverso del solito.

Between mom and Jo - Julie Anne Peters

Between Mom and Jo - Julie Anne Peters

Between Mom and Jo, pubblicato in Italia da Playground con il titolo Tra mamma e Jo, è un romanzo che volevo leggere da molto tempo, sia per la trama interessante che per il nome dell’autrice, Julie Anne Peters, l’autrice di Luna, libro a parer mio meraviglioso.

Between mum and Jo, l'edizione italianaIl protagonista di questa storia è Nick, che ci racconta la sua vita con le sue due mamme, Erin e Jo: i primi ricordi d’infanzia, i compleanni passati assieme, i giochi e le marachelle. Ma anche le liti, la malattia, i tradimenti, l’alcool e le separazioni. È la vita di una famiglia come tante, fra alti, bassi e battute d’arresto. Ed è proprio questa, secondo me, la forza di questo romanzo: la normalità. Avere due mamme non ti rende un depravato o uno psicotico, gli unici problemi che si hanno nell’avere una coppia di genitori omosessuali sono negli occhi e nella bocca degli altri: sono loro a essere in difetto, non Nick, né Erin, né Jo. La restrizione di vedute delle persone si vede negli insulti che vengono rivolti a Nick da alcuni ragazzi, che sono sempre legati all’omosessualità dei suoi genitori, o negli atteggiamenti che la maestra delle elementari assume nei suoi confronti, per esempio non esponendo il suo bellissimo disegno solo perché non era presente un papà.

“It doesn’t matter who you love – a guy, a girl – love is love. And it’s the most important thing in the world. If you have love in your life, you have everything.”

Erin e Jo fanno gli stessi sbagli che potrebbe fare qualunque genitore e quello che accade loro è esattamente quello che purtroppo accade a decine e decine di famiglie nel mondo ogni giorno. Ed è così che deve essere, è questo che le persone devono capire: che non c’è niente di diverso, che nessuno è diverso.

Between mom and JoI personaggi della storia sono dipinti con estrema maestria dall’autrice e lasciano il segno: Erin e Jo sono un po’ due poli opposti, l’una precisa, pratica, molto terra terra, convinta che far finta di niente sia la miglior strategia; l’altra estrosa, insofferente, determinata a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno e a far valere i propri diritti. E poi c’è Nick, che vediamo crescere pagina dopo pagina, imparare, sbagliare e ricominciare. I temi trattati sono moltissimi, si va dall’alcolismo, alla malattia, al tradimento, ma uno domina su tutti ed è quello della genitorialità. E quest’ultimo non sono sul piano superficiale del che significa avere due mamme e non un papà, ma su un piano in realtà molto più profondo: cosa vuol dire essere genitori? Il DNA in comune può rendere uno più genitore dell’altro?
Piccola nota: i temi trattati non sono forse troppo approfonditi, ma penso sia dovuto comunque al fatto che il punto di vista da cui è narrata la storia è quello di Nick, che in fondo è solo un ragazzino.

Between mom and Jo è un libro che mi ha coinvolto e commosso, non al livello di Luna ma sicuramente un buon romanzo. Leggerò sicuramente altro dell’autrice!

Storia di una ladra di libri - Markus Zusak

The Book Thief - Trudy White, Markus Zusak

È un po’ che ho finito di leggere Storia di una ladra di libri di Markus Zusak ma mi riesce estremamente difficile scrivere qualcosa su questo romanzo. Mettiamo subito le cose in chiaro: il libro mi è piaciuto, solo non quanto pensavo mi sarebbe piaciuto, e in definitiva penso che la “colpa”, più che del libro, sia mia e dei miei gusti. Ma procediamo con ordine.

La prima edizione originale di Storia di una ladra di libriStoria di una ladra di libri racconta la storia di Liesel Meminger, una bambina che viene presa in affido da una coppia tedesca durante il periodo delle persecuzioni degli ebrei e della seconda guerra mondiale. Assistiamo alla crescita di Liesel e al suo confrontarsi con la nuova vita che le si prospetta davanti ea i cambiamenti che il mondo e in particolar modo la Germania stanno attraversando in quel momento. Il titolo del romanzo allude a una curiosa abitudine di Liesel, e cioè lo sgraffignare libri quando se ne presenta l’occasione: il primo furto avviene praticamente all’inizio del romanzo e a esso ne seguiranno pochi altri, sempre in concomitanza di occasioni particolari. Altri personaggi accompagneranno la piccola Meminger nel suo viaggio e l’aiuteranno a sopravvivere nella Germania nazista.

La prima cosa che stupisce di questo romanzo, sin dalle primissime righe, è il narratore che Zusak ha deciso di utilizzare per narrarci questa storia: come infatti ci spoilera già la quarta di copertina, le vicende di Liesel  sono narrate dalla Morte in persona. La Morte è un narratore molto particolare, ogni tanto divaga, presa dai propri pensieri, e utilizza un linguaggio molto ricco, colorato, a volte un po’ troppo arzigogolato. All’inizio quest’idea mi ha colpito e affascinato: lo trovavo strano, ma non per questo meno accattivante. Poi però ho scoperto un’altra caratteristica di questo narratore che mi ha incredibilmente infastidito: la Morte adora fare spoiler. Ora, io odio incredibilmente gli spoiler e chi spoilera: quando mi sono ritrovata a leggere, con pagine e pagine di anticipo, che qualcosa sarebbe successo o qualcuno in particolare sarebbe morto ci sono rimasta malissimo. Questo ha tolto, secondo me, molto pathos alla vicenda, rovinando l’effetto sorpresa che alcuni eventi avrebbero sicuramente causato. Inoltre, nonostante il pov esterno della morte sia molto utile per conoscere anche cose esterne alla storia di Liesel,  ho trovato la narrazione un pochino frammentato, come se ogni tanto si saltasse, perdonate l’espressione, “di palo in frasca”. Questa cosa è secondo me resa in maniera ancora più evidente nel film, in cui, secondo me, pare più di assistere a una sequenza di spezzoni di vita più che a una storia omogenea e organica.

Storia di una ladra di libri uscì inizialmente in Italia come La bambina che salvava i libriPunto di forza della storia sono sicuramente i personaggi: ci si affeziona un po’ a tutti, a partire da Rudy, l’amichetto di Liesel che cerca di farsi dare un bacio ogni volta che se ne presenta l’occasione, fino ad arrivare a Rosa e Hans, i genitori affidatari della piccola. Anche i personaggi secondari non mancano di caratterizzazione e in breve si scopre che anche coloro palesemente antipatici ogni tanto anno un cuore, ma sopratutto una storia importante alle spalle.

Poche sono le scene in cui vediamo davvero “in azione” i nazisti, ma sicuramente d’impatto: una scena, se devo essere sincera, mi ha un po’ deluso, e cioè quella del rogo dei libri. Ho trovato il comportamento di Liesel un po’ ambivalente e non sdegnato come avevo previsto: del resto però non bisogna dimenticarsi che si tratta di una bambina e che forse è normale che in un certo senso resti anche affascinata da un evento del genere.

Devo ammettere che, colpa del titolo, mi aspettavo che i furti di Liesel fossero più numerosi e soprattutto volti a salvare testi che i nazisti volevano nascondere. In realtà la storia non è proprio così, ma ho comunque molto apprezzato il fatto che l’autore ricolleghi i furti a momenti molto importanti nella storia di Liesel e soprattutto come, per tutto il romanzo, vengano sottolineate l’importanza delle parole e l’impatto che esse possono avere sulle persone, nel bene e nel male (il nazismo ne è una riprova). Siamo un po’ tutti, in realtà, scuotitori di parole.

In definitiva, un romanzo intrigante e commovente che di certo non vi lascerà indifferenti.

La figlia dei ghiacci - Matthew Kirby

Icefall - Matthew J. Kirby

La figlia dei ghiacci è entrato a far parte della mia libreria lo scorso anno, comprato usato allo stand del Libraccio al salone del libro di Torino. Me lo ricordo bene perché due minuti dopo averlo acquistato me lo sono fatto autografare da Paolo Barbieri, dato che la bellissima copertina è una sua creazione. Non so bene cosa dirvi di questo libro, non ho le idee molto chiare, e questo mi succede praticamente ogni volta che un romanzo mi piace da impazzire: ho amato La figlia dei ghiacci e non so il perché. Sicuramente hanno influito due cose: da diverso tempo non leggevo libri fantasy non urban e non avevo alcun tipo di aspettative. Quale che sia il motivo, questo romanzo mi ha stregata.

 

La cover originale de La figlia dei ghiacci

È scoppiata la guerra e il re ha deciso di mettere i suoi figli al sicuro presso una fattoria situata in un piccolo fiordo, sconosciuto ai più, assieme ad alcuni servitori e alcune fedeli guardie. Le giornate dei ragazzi si succedono nell’attesa di un messaggero che dica loro che finalmente possono tornare in patria: i viveri cominciano a scarseggiare e l’inverno è alle porte. Quando ormai ogni minima scintilla di speranza pare essersi esaurita, una nave compare all’orizzonte, giusto poco prima che il fiordo si ghiacci: ma l’aspetto dell’imbarcazione non è quello tanto atteso, si tratta senza ombra di dubbio di una nave da guerra. E loro non hanno molto con cui difendersi.

Piaciute queste poche righe di trama? Bene, scordatele, perché potrebbero essere fuorvianti. La figlia dei ghiacci non è un fantasy pieno di guerre e battaglie come magari si potrebbe erroneamente pensare leggendo il primo capitolo, di cui in pratica vi ho fatto il sunto: ci sono degli scontri, questo sì, ma non è questo il succo della faccenda. In Icefall assistiamo alla crescita di Solveig, figlia di mezzo del re e protagonista del romanzo, ma soprattutto a farla da padrone sono le Parole sotto forma di Storie.  La figlia dei ghiacci è un inno al potere del racconto: uomini indomiti e senza paura si fanno piccoli piccoli di fronte a storie e leggende ben raccontate e recitate, che fanno breccia nella loro sicurezza molto più di asce e frecce. Le parole giuste, nel momento giusto, sono medicine potenti e sono in grado di consolare o ferire con estrema rapidità. Del resto i cantori, nel mondo creato da Kirby, prendono l’azzeccatissimo nome di “Scaldi”.

 

“Le storie ti offrono un modo per vedere le cose. Un modo per capire gli eventi della tua vita. Anche se mentre ascolti la storia non lo comprendi.”

 

L'edizione tedesca de La figlia dei ghiacci
La mitologia cui si rifa Matthew Kirby è quella nordica, per cui nelle storie di Solveig incontriamo Thor, Odino e Loki, e ho molto apprezzato questo dato che non sono molto ferrata in materia ed è molto piacevole leggere miti diversi da quelli greco-romani ed egizi. Interessanti e ben sviluppate sono poi le dinamiche tra i vari personaggi, che occupano gran parte del libro: l’autore delinea ognuno dei presenti alla fattoria senza rifarsi a inutili cliché e senza cadere nello scontato, creando persone che per me oramai erano diventate quasi reali. Più volte, a libro chiuso, mi sono trovata a immaginare Solveig in piedi in mezzo alla stanza, in attesa del suo momento, del momento perfetto per una storia.

 

La figlia dei ghiacci è un romanzo che cattura, una storia fatta di tante storie, ognuna speciale, esattamente come ognuno di noi.

Parole avvelenate - Maite Carranza

Parole avvelenate - Maite Carranza, Simone Cattaneo
 

«Non ci si può fidare della loro capacità di giudizio non ancora del tutto sviluppata. I genitori devono porre dei paletti».
E lei non era stata in grado di porli.

 

Parole avvelenate di Maite Carranza è la mia prima lettura del nuovo anno e penso proprio di aver cominciato con il piede giusto. Conoscevo già l’autrice grazie alla sua trilogia La guerra delle streghe, letta un sacco di tempo fa, che avevo apprezzato. Qui ci troviamo di fronte a un romanzo completamente diverso che mi ha piacevolmente stupito e conquistato.

La cover originale

Sono passati quattro anni dalla scomparsa di Barbara Molina e per molte delle persone implicate nel caso la vita è completamente cambiata. Abbiamo l’ispettore Lozano, prossimo alla pensione, che non riesce a togliersi dalla testa quel vecchio caso irrisolto. La madre di Barbara, Nuria, una donna completamente distrutta, l’ombra della vecchia se stessa, incapace di prendere qualsiasi tipo di decisione. Eva, la migliore amica di Barbara, con il rimorso per aver litigato con Barbara poco prima del fattaccio e di non aver detto proprio tutto alla polizia. Le vite di queste persone torneranno a intrecciarsi e il caso di Barbara tornerà alla ribalta per una sola, ultima volta.

Vi avverto subito: se siete alla ricerca di un giallo adrenalinico, pieno di azione, non è questo il libro che fa per voi. Parole avvelenate è un libro fatto di personaggi e che si concentra su di essi, sul loro essere, sui loro pensieri e le loro emozioni. Appena ho iniziato a leggerlo sono rimasta subito spiazzata dall’impostazione data dall’autrice al romanzo, particolare sotto più punti di vista. Innanzitutto, la narrazione copre le vicende di un unico giorno, a quattro anni dalla scomparsa di Barbara: sarà un giorno intenso per tutti coloro che vi sono coinvolti, un giorno che porterà molti cambiamenti, un giorno che, durante la lettura, vi sembrerà in realtà lungo una vita, e non per noia. In secondo luogo, ogni capitolo è affidato a un diverso personaggio, creando un’alternanza di pov che porta avanti i diversi filoni narrativi, pronti a ricongiungersi. Infine, la narrazione è alla terza persona singolare, tempo presente: devo ammettere che questa è la cosa che, all’inizio, ho fatto più fatica ad affrontare. Non sono una fan del tempo presente e ho scoperto di detestare il suo uso unito a quello della terza persona: mi suonava così strano, così impersonale. Fino a quando non mi sono completamente persa nella storia, avvolta dalle sue spire.

La cover tedesca

Le dinamiche del caso, i sospettati, tutti i fatti avvenuti quattro anni prima ci vengono rivelati poco a poco, facendo accrescere la nostra curiosità e i nostri sospetti nei confronti dei vari imputati: le prove paiono tutte puntare contro il giovane e avvenente Martì, ma del resto anche quelle contro il professor Lopez non sono poche… chi sarà il vero colpevole? Il romanzo fa il suo sporco lavoro, portandoti a sospettare di tutti, accrescendo i tuoi dubbi, pagina dopo pagina. Fino alla rivelazione finale, una specie di folgorazione. Ed è allora che ti sale la rabbia, una rabbia profonda, primitiva, che ti fa venir voglia di urlare e gettare via tutto. Maite Carranza ci pone di fronte a una verità terribile e crudele, e il pensare che certe cose possono davvero succedere ti dà il colpo finale, lasciandoti addosso tristezza e irrequietudine.

Un romanzo particolare, spiazzante e ben orchestrato.

Buona fortuna - Barbara Fiorio

Buona fortuna - Barbara Fiorio

Quando progettavo il mio futuro non avevo previsto di venire contraddetta dalla vita o forse avevo adottato con troppo candore il cliché standard della donna italiana e davo per scontato che a quest’età avrei avuto un lavoro stabile, un marito stabile e una serenità stabile. E invece.

Che errore che ho fatto a lasciare questo romanzo a prendere polvere in libreria! Seguo da tempo Barbara Fiorio su Facebook e sul suo blog ma finora non mi ero ancora avventurata a leggere un suo libro: già dai suoi status e dai suoi post avevo capito che il potenziale perché mi piacessero c’era tutto, ma, temendo una delusione, ho continuato ad attendere. Complice lo stress da studio e un periodo un po’ pesante, ho pensato di buttarmi su Buona fortuna, sperando che il titolo fosse profetico… e così è stato. Il romanzo di Barbara Fiorio è stato per me una ventata di aria fresca.

Margot è una giornalista con un contratto a progetto, una gatto di nome Diesel e un fidanzato noto ai più come Tormento. Addetta alla sezione “Cultura”, si ritrova costretta a scrivere articoli decisamente singolari, seguendo l’ispirazione della sua capa. Un giorno, alla ricerca di alcune informazioni per un approfondimento sul gioco del lotto, entra in una piccola ricevitoria di Genova: lì conosce Caterina, l’anziana proprietaria, e questo incontro lascerà un segno indelebile nella sua vita, cambiandola per sempre.

Sapete qual è, secondo me, il più grande difetto di questo romanzo? È decisamente troppo, troppo, troppo breve! Sono arrivata all’ultima pagina senza neppure rendermene conto, ho chiuso il libro e mi sono intristita, perché già Margot e Caterina mi mancavano da morire. E in un certo senso è strano, perché solitamente, quando i romanzi sono troppo brevi, faccio fatica ad affezionarmi e immedesimarmi: ma Barbara Fiorio è riuscita in quest’impresa e nella mia mente Margot e Caterina sono come delle vecchie amiche. Leggendo semplicemente la trama probabilmente non sarete in grado di capire la mia adorazione per questo romanzo: niente eventi particolari, niente stranezze, niente che magari salti subito all’occhio. Ciò che rende questa storia, all’apparenza banale, meravigliosa, è la scrittura di Barbara Fiorio: un’ironia pungente permea l’intero romanzo. Ho sghignazzato, mi sono fermata a riflettere, ho riso di gusto in stazione attirandomi gli sguardi straniti dei passanti, ho pianto in treno come una cretina ripensando alla mia nonna e alle cose terribili che possono accadere nella vita, attirandomi questa volta sguardi quasi di rimprovero (?). Era tanto che non mi capitava un libro così, un libro del quale non puoi interrompere la lettura non solo perché sei completamente immersa, ma soprattutto perché senza neanche accorgertene l’hai già finito e lentamente rinvieni, aiutata dal cellulare che squilla, con tua sorella all’altro capo della linea che ti dice che sta tornando da scuola e tu, presa com’eri, non sei neanche ancora entrata in cucina (per non parlare del fatto che indossi ancora il pigiama). Barbara scrive esattamente come vorrei essere capace di scrivere io. I suoi personaggi sono incredibilmente reali, vividi, esci dalla porta di casa e ti aspetti di incontrarli da un momento all’altro (tra l’altro la cosa mi farebbe anche enormemente piacere, Tormento escluso).

Un’altra cosa che ho apprezzato molto è stato ritrovare nel romanzo dei luoghi che conosco: ho passato un anno della mia vita a Genova (anno che in realtà non ricordo con molto piacere) ed è stato elettrizzante per me trovare citati luoghi in cui sono stata di persona. Per non parlare dell’atmosfera che si respira tra le pagine quando seguiamo Margot a passeggio tra i caruggi, ricchi di colori e profumi inconfondibili. Altra cosa che mi ha colpito date le mie esperienze personali è stato il rapporto tra Margot e il suo gatto Diesel e le loro vicende: ho tre gatti, ho avuto per casa dei gatti sin da quando ero bambina e, da frignona quale sono, le storie che coinvolgono cicciotti felini domestici mi emozionano sempre molto.

Attenzione, non pensate erroneamente che in questo romanzo le cose siano tutte rose e fiori: è un ritratto di una fetta di realtà, e come tale le cose non sempre finiscono bene, la giustizia non sempre trionfa. Purtroppo fin troppo spesso bisogna accontentarsi di compromessi.

In definitiva, un romanzo che ho adorato e che ha fatto sicuramente balzare Barbara Fiorio nell’Olimpo dei miei autori preferiti. Sicuramente leggerò altro di suo!

The Declaration - Gemma Malley

The Declaration by Malley, Gemma (2012) - Gemma Malley

The Declaration rappresenta il primo volume di una trilogia distopica conclusasi oramai da tempo in lingua originale: in Italia la serie non ha avuto altrettanta fortuna, dato che la Salani ha pubblicato unicamente il primo volume, per non dare poi più notizie dei romanzi successivi. Vista anche questa simpatica parentesi, la lettura in lingua inglese era pressoché obbligata.

Ci troviamo nel futuro e ormai da alcuni anni è stata firmata La Dichiarazione: a causa della sovrappopolazione della terra, dovuta alla scoperta delle Longevity drugs che impediscono a chi le assume di invecchiare e quindi morire, i governi hanno deciso di proibire a tutti i cittadini di avere figli. Coloro che contravvengono a questa legge vengono arrestati e la loro prole, in Inghilterra, viene mandata in strutture apposite, le Surplus Hall, dove i bambini vengono educati a servire e sottomettersi e dove viene fatto loro il lavaggio del cervello, portandoli a odiare i propri genitori e a sentirsi un’errore della Natura. Anna è uno di questi Surplus, un’eccedenza: ha quasi terminato la sua educazione presso Grange Hall e presto potrà andare a servire una famiglia di Legals. Le è ben chiaro il suo posto nel mondo e si attiene rigidamente a tutte le regole, incolpando solo se stessa e i suoi genitori per eventuali punizioni corporali. Il suo mondo ordinato però crollerà quando a Grange Hall arriverà Peter, un nuovo Surplus, che non solo non conosce né rispetta le regole, ma racconta anche un sacco di bugie: sostiene infatti di conoscere i genitori di Anna. Le persone che lei odia di più al mondo. Le persone che hanno fatto di lei quello che è, un Surplus.

Le premesse per un ottimo romanzo, come potete intuire dalla trama, c’erano tutte. In realtà il libro non mi ha convinto del tutto. Da una parte è un po’ colpa mia: ho avuto pochissimo tempo per leggere in quest’ultimo periodo e così mi sono trascinata questo libro per più di una settimana. Quando mi trovo costretta a leggere “a spizzichi e bocconi”, inevitabilmente non riesco a entrare completamente nell’atmosfera del romanzo e a farmi rapire. E quando poi le aspettative sono alte, ancora peggio. D’altra parte però ho riscontrato in questo romanzo alcuni difetti e alcune scelte narrative che non ho gradito.

Lo svolgimento della trama mi è apparso come troppo semplicistico: Anna è una ragazza che per quattordici anni ha subito praticamente il lavaggio del cervello, ma impiega davvero poco a fidarsi ciecamente di Peter così come successivamente ad adattarsi a nuove situazioni e nozioni che stravolgono completamente quello che per tutta la vita le è stato ripetuto sino allo svenimento. Ciò ha reso i personaggi poco realistici e superficiali, per non parlare di alcuni stereotipi che ricorrono nella narrazione (vogliamo parlare di Mrs Pincent?).

Inoltre la storia è prevedibile e quelli che dovrebbero essere i grandi colpi di scena in realtà lasciano il tempo che trovano: il finale ne è un esempio lampante, affrettato e “telefonato”.

Il romanzo è comunque una lettura piacevole che ha il pregio di indurre il lettore a porsi domande sul futuro e sul valore della vita e della morte. Voi vorreste vivere per sempre? Privereste i giovani della possibilità di vivere per avere l’immortalità?

In definitiva, un romanzo carino, niente di più, consigliato a chi si avvicina al genere distopico e che quindi può rimanerne positivamente sorpreso.

Speechless di Hannah Harrington

Speechless - Hannah Harrington

Ho acquistato Speechless lo scorso anno, appena uscito, attratta dalla trama e sì, anche dalla copertina, per poi riporlo nella mia libreria in attesa del suo momento. Fortuna ha voluto che questo romanzo sia stato scelto per il gdl di Settembre del gruppo YA e dintorni su Goodreads (nel caso non lo conosciate, fateci un salto!) e quindi, dopo averlo spolverato, mi sono messa a leggerlo, piena di aspettative.

La protagonista di questa storia è Chelsea Knot, una studentessa delle superiori facente parte del gruppo delle ragazze IN della scuola. Fedele scudiero della popolarissima Kristen, Chelsea è da tutti conosciuta per una sua caratteristica peculiare: non è in grado di tenere alcun tipo di segreto. Questa sua incapacità la metterà in una situazione spinosa durante la grande festa organizzata per festeggiare la fine dell’anno: a causa della sua lingua lunga, un ragazzo rischierà di rimetterci la vita e Chelsea, per fare la cosa giusta e cercare di rimediare, verrà cacciata a calci dall’Olimpo delle popolari e tormentata. Conscia del fatto che la causa di tutto il dolore causato sono state le sue parole, ispirandosi a un articolo trovato su Vanity Fair Chelsea farà un voto di silenzio e farà di tutto per mantenerlo.

Running my mouth has hurt enough people already – the least I can do is shut up. Why can’t everyone see I’m doing the world a favor?

 

Non è però così facile stare in silenzio e molti non riusciranno a comprendere la scelta di Chelsea. Io l’ho compresa, ho capito le sue motivazioni, anche se inizialmente devo ammettere che alcuni pensieri della protagonista mi hanno fatto storcere il naso: essendo sempre stata una ragazza popolare, praticamente in simbiosi con Kristen, la studentessa più in vista della scuola, non riesce subito a realizzare l’ipocrisia e la cattiveria delle persone che l’hanno sempre circondata, anzi, sembra quasi che Chelsea sarebbe disposta a tornare nel suo vecchio gruppo se solo Kristen la rivolesse indietro. Fortunatamente, con lo scorrere delle pagine, matura, cresce, partendo da piccole cose (il vestiario), giungendo sino ad atti importanti (la difesa di un compagno di classe vittima dei bulli suoi ex amici). Ho molto apprezzato questo percorso di crescita della protagonista ma, per me, c’è stato un problema di fondo, e cioè la previdibilità del romanzo. In diverse parti, infatti, mi sono ritrovata a pensare “ora succederà questo” e tac, succedeva esattamente quello che avevo pensato, togliendo un po’ di gusto alla lettura.

 

Inoltre ho trovato alcuni aspetti del romanzo un po’ troppo semplicistici. Le stesse implicazioni della scelta di Chelsea di stare in silenzio sono, secondo me, poco approfondite: un’unica insegnante si pone il problema dell’impossibilità di Chelsea di partecipare attivamente alle lezioni in classe, per gli altri è assolutamente indifferente e non danno alcun peso alla cosa. Per come conosco io la scuola e per come l’ho vissuta, la cosa mi pare un po’ poco verosimile. Per non parlare della facilità con cui Chelsea viene avvicinata e accettata dalla persone che in realtà dovrebbero più di tutti avercela con lei. Uno dei personaggi a un certo punto dirà:

Hate is… it’s too easy. [...] Love. Love takes courage.

Io lo so, capisco questa frase, comprendo la sua verità. Ma so anche che nel mondo di tutti i giorni le persone che fanno di questa frase il loro motto sono pochissime in confronto a quelle che si lasciano prendere dalla rabbia e dall’odio: trovo poco che realistico che Chelsea trovi una concentrazione di persone così facili al perdono, lasciando che rimangano come unici haters coloro che sono dalla parte del torto (la sua ex combriccola). C’è una distinzione secondo me troppo netta tra “buoni” e “cattivi”.

 

D’altra parte però ho molto apprezzato la descrizione della quotidianità di Chelsea e sopratutto il suo riapprezzarsi grazie anche allo studio, precedentemente trascurato. Molto ben descritto è inoltre il clima che si respira nel locale Rosie’s, centrale per la vicenda: mi è sembrato più volte di trovarmi lì insieme agli altri ragazzi, e ho un po’ bramato la possibilità di poter trovare un posto così, in cui ti senti sempre accolta e mai giudicata. Centrale per il romanzo è la tematica lgbt e la Harrington descrive bene l’omofobia di certi soggetti, i pregiudizi e l’ignoranza di certe persone.

 

Da sottolineare la presenza di un accenno di triangolo amoroso, che però proprio triangolo non è: si ha più un percorso da un interesse a un altro, che combacia con la crescita di Chelsea e la sua nuova attrazione per un altro tipo di qualità.

 

In definitiva ho apprezzato Speechless, ma non quanto avrei voluto: una lettura scorrevole e interessante, danneggiata da una prevedibilità e una semplicità eccessive.

Why we broke up - Daniel Handler

Why We Broke Up - Daniel Handler, Maira Kalman

Perché ci siamo lasciati è un romanzo che mi ha deluso. Le premesse per una storia originale e interessante c’erano tutte, ma la narrazione lenta e poco coinvolgente mi ha portato più volte a pensare di mollare il libro senza finirlo. Alla fine l’ho letto tutto, unicamente perché volevo sapere per quale cavolo di motivo Ed e Min si fossero lasciati. Motivo, per altro, prevedibilissimo.

La storia narrata in Perché ci siamo lasciati comincia dalla fine: la relazione tra Ed e Min si è conclusa e la ragazza decide di mettere definitivamente la parola fine alla faccenda riponendo in una scatola tutto ciò che ha raccolto durante il loro rapporto e che le ricorda Ed per poi consegnargliela. Troviamo un po’ di tutto, tappi di birra, rullini, biglietti del cinema, una zuccheriera… Ogni oggetto ci viene mostrato dalle illustrazioni di Maira Kalman che introducono ogni nuovo capitolo. Ci vengono descritti diversi episodi della relazione tra i due ragazzi sino al finale che, finalmente, ci spiega perché si sono lasciati.

Le cose che mi hanno fatto storcere il naso in questo romanzo sono molte, devo ammetterlo.

Innanzitutto Min, la protagonista: non sono riuscita a capirla, né a entrare in alcun modo in empatia con lei. Ho trovato alcuni suoi atteggiamenti sciocchi, inspiegabili e non sono riuscita in alcun modo a farmela piacere. Capite bene che, essendo tutta la storia narrata dal suo punto di vista, questo è un problema decisamente non da poco. Ed se possibile è anche peggio: rappresenta un’infinità di cose che mi infastidiscono ed è, secondo me, a dir poco stereotipato. Il tipico sportivo da telefilm americano, per capirci. E palesemente nella loro relazione c’è qualcosa che non va, ma Mindy doveva avere veramente delle grosse fette di prosciutto sugli occhi per non accorgersene. Che poi sono stati insieme a malapena tre mesi. TRE MESI.

Il ritmo della narrazione è incredibilmente lento, non succede molto di eclatante o emozionante, mi sono ritrovata ad andare avanti nella lettura per inerzia, con un’immensa voglia di saltare le pagine e, già che c’ero, prendere a schiaffi Min per farla rinvenire.

Un’altra cosa che mi ha infastidito sono state le continue citazioni cinematografiche presenti nel romanzo. Ogni cosa che succede viene da Min paragonata alla scena di un film, molti dialoghi le fanno venire in mente le battute di un certo film. E basta! Non essendo molto ferrata in materia, inizialmente ho pensato che comunque non riuscissi a cogliere le citazioni per ignoranza mia e null’altro. Poi parlando con Girasonia è uscito fuori che in realtà l’autore si è inventato tutti i film citati. Ecco, questa cosa mi ha fatto arrabbiare ancora di più. Pur non gradendolo, avrei potuto riconoscere all’autore la gran cultura cinematografica: e invece no! È tutto inventato! Le scene dei film, i titoli, le battute, cascano così a fagiolo perché se li è inventati.

In definitiva, un romanzo con uno spunto e una struttura piuttosto innovativi la cui realizzazione però non mi ha soddisfatto. Per sentire una campana completamente diversa (tenete comunque presente che non sono una fan dei romanzi puramente romance, anche se ogni tanto ci provo), non perdetevi la recensione di Girasonia, che invece ha adorato il romanzo.

 

Miss Charity - Marie-Aude Murail

Miss Charity - Marie-Aude Murail, Federica Angelini

Ma che lettura piacevole! Come sempre per me, Marie-Aude Murail è una garanzia. Ho già letto di quest’autrice Oh Boy!, Mio fratello Simple, Cecilé e Nodi al pettine, e li ho trovati tutti molto carini e ben scritti. E Miss Charity non è da meno, è stato letteralmente una ventata d’aria fresca in questa afosa estate.

La storia di Miss Charity è ispirata alla vita di Beatrix Potter. Io, quando ho iniziato la lettura, non lo sapevo (lo ho praticamente comprato a scatola chiusa, vista la mia ammirazione per l’autrice), ma leggendo il romanzo ho intuito qualcosa, che poi il web mi ha prontamente confermato. Beatrix Potter, per chi non lo sapesse, è una scrittrice/illustratrice/naturalista inglese vissuta alla fine dell’800, primi del ’900. Probabilmente molti di voi la conosceranno per i suoi racconti con protagonista Peter Coniglio. Vi lascio qualche esempio della sua arte.

 

Tornando alla nostra Miss Charity, bisogna innanzitutto chiarire che è una bambina molto particolare e piuttosto atipica per l’epoca in cui si ritrova a vivere. Ha una passione smodata per gli animali, che però non si limitata ad ammirare e sognare: nella sua nursery, infatti, abbiamo una vera e propria succursale di uno zoo. Topi, conigli, oche, rospi e ricci, nulla sfugge alla sua innata curiosità. E ovviamente ogni malcapitato è dotato di un proprio nome. I genitori praticamente non si pronunciano sulla sua passione, o meglio, di solito si scordano proprio dell’esistenza della bimba: a farle la “guardia” c’è Tabitha, una tata che la intrattiene con terribili racconti dell’orrore e che appoggia tutte le sue malefatte ben consapevole che in realtà Miss Charity “è figlia del demonio”.

Oltre a quella per gli animali, negli anni Miss Charity svilupperà altre passioni e dovrà più volte scontrarsi con la dura realtà: essere una donna atipica a fine ’800 non è esattamente una passeggiata. Una donna che lavora? Una donna che non si sposa? Eresia!

Il romanzo segue le vicissitudini della nostra eroina e bastano poche pagine per rimanerne completamente rapiti. La storia narrata è divertente e ironica e i personaggi sono memorabili: oltre ai soggetti inventati, tutti abilmente tinteggiati, ritroviamo anche alcune personalità famose dell’epoca, come Oscar Wilde e Bernard Shaw.

Tra una risata e l’altra Marie-Aude Murail non manca però di sottolineare l’ipocrisia della società vittoriana, la mancanza d’indipendenza delle figure femminili nonché la disperata situazione delle case di cura dell’epoca.

Molto particolare è la formattazione dei dialoghi, non introdotti da particolare punteggiatura ma scritti normalmente, subito dopo il nome del soggetto che pronuncia tali frasi, come in una sceneggiatura teatrale: mi è piaciuta molto quest’idea dell’autrice, rende la narrazione più fluida e inoltre sottolinea giustamente l’importanza che il teatro e le opere teatrali hanno in una parte della storia.

Non manca la componente romance, che non prevarica assolutamente la storia ed è ben costruita e armonizzata con il resto del testo.

Un romanzo che sembra quasi un classico, un altro centro per Marie-Aude Murail. Consigliatissimo, l’ho letteralmente divorato!

By the Time You Read This, I'll Be Dead

By the Time You Read This, I'll Be Dead - Julie Anne Peters, C.J. Bott Ma ruefgbiuefdiuja, ma dico io, che finale è??? Non so se reputare questo libro un capolavoro o dargli fuoco! Quell'ultima pagina, senza senso... aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah ho bisogno di parlarne con qualcuno @.@

Undone

Undone - Cat Clarke Al momento non so che pensare di questo libro, il finale mi ha distrutto.

Son

Son - Lois Lowry Ultimo libro della tetralogia The giver, Il figlio riprende trame e personaggi già conosciuti nei romanzi precedenti per creare una nuova, avvincente, ultima avventura nell'incredibile mondo distopico creato dalla penna di Lois Lowry.All'inizio della nostra storia facciamo la conoscenza di Claire, una ragazza di quattordici anni cui è stato affidato il ruolo di Partoriente: tutto sembra andare per il meglio fino al momento del parto, quando insorgono delle complicazioni impreviste. Claire successivamente viene ricollocata e tutto dovrebbe finire così, ma in seguito al parto qualcosa è scattato in lei.Per le partorienti è normale dare alla luce "il prodotto" e poi tornare alle proprie vite, pronte per la gestazione successiva, ma Claire non riesce a togliersi dalla mente il bambino che ha partorito: vuole sapere com'è, dove si trova, a chi verrà assegnato. Un legame pare essersi instaurato tra i due, impossibile ma soprattutto illegale. E sarà proprio questa scintilla a innescare una serie di avventure e avvenimenti che ci porteranno a incontrare di nuovo Jonas, Kira, Gabe e i vari protagonisti che tanto abbiamo amato nei volumi precedenti.La lettura di questo romanzo è stata per me piuttosto altalenante: come sempre all'inizio mi sono lasciata catturare dalla storia, curiosa di scoprire di più sul mondo che in parte ci era già stato descritto nel primo romanzo, The Giver. È stato meraviglioso vedere le cose da un altro punto di vista, non essere più limitati alla sola visione delle cose di Jonas. La parte centrale invece l'ho trovata un po' lenta e pesante: ovviamente Claire non poteva ritrovare il suo bambino in quattro e quattr'otto, non avrei mai voluto niente di simile, ma la narrazione mi è risultata piuttosto noiosa e poco interessante. Dopo la "scalata" il mio interesse è nuovamente salito e ho finito il libro in un soffio, senza quasi rendermi conto di essere arrivata all'ultima pagina. Anzi, alla fine ho girato la pagina pensando di trovarvi altre parole e sono rimasta sbalordita dal fatto che invece non ce ne fossero più.La storia di Lois Lowry è ricca di insegnamenti importanti: l'autrice infatti ci mostra l'importanza dei sentimenti, dell'impegno per riuscire anche nelle situazioni più difficili, della bontà e della lealtà per sconfiggere il male. I personaggi si trovano spesso ad affrontare situazioni complesse e tristi, ma l'autrice li fa procedere a testa alta, guidati dalla speranza e dalla fede nel bene. Il tutto narrato con uno stile delicato, talvolta quasi favolistico, come per non rendere troppo terribili situazioni a dir poco brutali.Con questo romanzo viene definitivamente chiuso il cerchio e un po' me ne dispiace. Avrei voluto sapere più cose, soprattutto sul mondo in cui vive Claire.Consigliato ai fan della serie. Teoricamente potrebbe anche essere letto in maniera indipendente, ma si perderebbero, secondo me, tanti collegamenti e sottintesi.

The Fault in Our Stars

The Fault in Our Stars - John Green ma, ma, ma... finisce così?!?!?!

The Perks of Being a Wallflower

The Perks of Being a Wallflower - 2,5Non avevo particolari aspettative quando ho iniziato questo libro, dato che non ne avevo molto sentito parlare: ho deciso di leggerlo per potermi poi vedere il film, che dal trailer mi sembrava interessante, niente di più. Quando l’ho finito ho scoperto girovagando per il web che questo romanzo è popolarissimo e amatissimo: probabilmente sarò una voce del tutto fuori dal coro, ma questo Ragazzo da parete non mi ha del tutto convinto e coinvolto. Una lettura scorrevole, ma non molto di più.Il romanzo è scritto in forma epistolare: Charlie, il nostro protagonista, scrive infatti delle lettere a un ignoto destinatario in cui racconta ciò che gli accade durante il suo primo anno alle superiori. In teoria Charlie è un wallflower, cioè un ragazzo che fa da tappezzeria, di cui nessuno parla male ma neppure si ricorda: lo seguiremo nei suoi momenti di sconforto e in quelli di felicità, alle prese con nuove amicizie, la droga, una cotta, la prima fidanzata, e anche con situazioni decisamente più grandi di lui. Insomma, tutti gli ingredienti principali di un romanzo di formazione.La lettura è scorrevole e il libro si divora in poco tempo, nonostante in alcuni punti la traduzione zoppichi un po’. E allora come mai questo romanzo non mi ha convinto? Essenzialmente il mio problema è stato uno: Charlie. Quando ho letto che aveva quindici anni mi sono cascate le braccia. Posso comprendere la timidezza, l’insicurezza, alcuni strascichi dovuti a grossi traumi subiti in precedenza di cui veniamo a conoscenza durante la lettura, ma Charlie è veramente troppo fuori dal mondo: è come se fosse cresciuto chiuso in uno scantinato e non sapesse niente del mondo che lo circonda. Peccato che non sia così. Inoltre molti dei ragionamenti che fa sembrano decisamente di un bambino più piccolo, non giustificabili con una semplice immaturità o ingenuità. Charlie fa praticamente tutto ciò che gli viene detto/chiesto dai suoi amici o anche da semplici conoscenti e piange molto, molto spesso. Lo so, lo so che ha subito un grosso trauma, ma, secondo il mio parere, un trauma del genere lo avrebbe limitato enormemente di più nelle relazioni con gli altri, praticamente impedendogliele. E inoltre non spiega il suo essere così fuori dal mondo, in qualsiasi ambito. Questa mia incompatibilità con Charlie mi ha impedito di immedesimarmi nel romanzo, che ho vissuto in modo distaccato, annoiato in alcuni punti. Inoltre queste caratteristiche di Charlie mi hanno fatto avvertire il suo rapporto con Sam come qualcosa di troppo inverosimile e costruito.Altra cosa che mi ha infastidito è stata l’innumerevole quantità di temi “scottanti” inseriti nel romanzo (omosessualità, droga, abuso di minori, stupro,…) senza il dovuto approfondimento. Non so, mi è parso come uno stratagemma per colpire il lettore a tutti i costi.Probabilmente sono io che non ho colto la profondità e la sensibilità di questo libro, data la miriade di recensioni positive in giro per il web. Io sinceramente ne sono rimasta piuttosto delusa e per nulla colpita. Il film invece mi è piaciuto moltissimo, probabilmente perché molti dei difetti che io ho riscontrato nel romanzo vengono in un certo senso corretti, Charlie sembra più un ragazzo qualunque.Da segnalare la presenza di citazioni musicali e libresche.

Tankborn (Tankborn Trilogy)

Tankborn - Karen Sandler Kayla è una NGM, una non umana geneticamente modificata: concepita artificialmente in una capsula, presenta parte di DNA di origine animale. Tale DNA è in grado di dare ai soggetti che lo posseggono particolari caratteristiche: nel caso di Kayla, un'enorme forza nelle braccia. A questo punto probabilmente starete pensando che quindi Kayla sia una specie di super eroina. Niente di più sbagliato. Gli NGM del pianeta Loka sono infatti trattati in tutto e per tutto come schiavi. Privi della libertà, a quindici anni vengono sottoposti all'Investitura e viene fornito loro un compito che dovranno svolgere per il resto della loro (breve) vita. Mancano pochissimi giorni all'Investitura di Kaya e la ragazza è in subbuglio: non vuole andare a vivere lontano dalla sua madre di allevamento e dal suo fratello acquisito, Jal, ma d'altra parte quello è il destino di ogni NGM, ciò che l'Infinito ha previsto per loro. Un giorno, mentre è al fiume con il fratello, viene avvicinata da un gruppo di aristocratici. Uno di loro, Livot, comincia a tirare sassi all'indirizzo di Jal, schernendolo: Kayla interviene facendo uso della sua grande forza per portare via di peso il fratello. Ma non è questo a salvarli. Un ragazzo, un Puro, si mette in mezzo, allontanando gli altri. Ma è proibito rivolgere la parola ai Puri, e del tutto vietato toccarli, se non si vuole che la propria pelle si avvizzisca. Kayla scambia due parole di circostanza con il ragazzo, Devak, per poi fuggire a casa. Qualcosa di lui le è però entrato nel cuore e la ragazza non riesce a non pensarci. Ma arriva il giorno dell'Investitura e Kayla riceve la sua assegnazione: non sa che, in realtà, a partire da quel giorno la sua vita, e quella di molte altre persone, cambieranno per sempre.Se state leggendo o avete intenzione di leggere Kayla 6982 vi dico subito una cosa: non fatevi scoraggiare dal primo centinaio di pagine. L'autrice infatti ci catapulta di punto in bianco nel mondo di Loka senza spiegarci nulla, riempiendoci la testa di strani nomi di animali, tecnologie e classi sociali. Una sensazione di confusione permea la parte iniziale del libro e io stessa più volte mi sono fermata, chiedendomi di che cavolo si stesse parlando o cercando di raccapezzarmi tra i vari ceti e la loro organizzazione piramidale. Piano piano però le cose ci vengono spiegate e la storia diviene più comprensibile, e da lì in poi per me è stato amore. In Kayla 6982 il mondo fantascientifico non è una mera cornice utilizzata dall'autrice per fare da sfondo a una qualche love story di dubbia insorgenza bensì è il vero protagonista. La società (che ricorda molto la tipica società distopica) che governa Svarga è crudele e corrotta. Gli NGM vengono chiamati bestie, gli Impuri vengono costretti a continuare a pagare un debito che in realtà hanno estinto da anni, i Demis sono carichi di rabbia per il loro stato intermedio e maltrattano chiunque gli capiti sotto tiro mentre i Puri, al vertice della società, ignorano bellamente gli altri e non perdono occasione per schernire e denigrare NGM e Impuri, facendo sfoggio continuo della loro ricchezza e guardando tutti dall'alto in basso. Ciò che soprattutto mi ha colpito della società di cui fa parte Kayla è la sua verosimiglianza, il suo apparire come un futuro assolutamente possibile della nostra: del resto gli abitanti di Loka sono terrestri fuggiti dal pianeta prossimo al collasso per cui hanno decisamente molto in comune con noi. Più volte mi sono sentita in colpa e dispiaciuta per come Kayla veniva trattata, per non parlare di quello che si scopre nella parte finale del romanzo, che mi ha davvero fatto arrabbiare e odiare alcuni dei personaggi coinvolti.Ho inoltre molto apprezzato l'idea dell'autrice di creare una flora e una fauna tipiche del pianeta, solo in parte simili a quelle della Terra. Lo stesso dicasi per le invenzioni tecnologiche, molto originali: in particolar modo mi è piaciuta moltissimo l'idea della presenza di un tatuaggio sulla guancia degli NGM tramite cui controllarli, immettere o rimuovere dati con l'uso dei data pod. Una trovata intrigante e ben riuscita, davvero.Un'altra cosa che mi ha colpito molto di questo romanzo è il continuo riferimento a temi di discussione spinosi e attuali: quali sono le frontiere dell'ingegneria genetica? Cosa rende qualcuno non umano? Basta il suo DNA differente, o in realtà l'umanità è un concetto molto più profondo, non relegabile a una manciata di nucleotidi? E la religione è solo un'invenzione dell'uomo per sedare gli animi? Davvero non c'è nulla in cui credere? Questi sono alcuni degli spunti di riflessione che questo romanzo porta alla luce, temi su sui anche ora, mentre scrivo queste righe, sto riflettendo. Mi piace quando i libri danno da pensare, da riflettere sul contemporaneo senza essere pesanti o noiosi. E questo è proprio il caso di Kayla 6982.In definitiva, un libro sicuramente consigliato agli amanti del genere. Non indicato per coloro alla ricerca unicamente di una storia d'amore. Non vedo l'ora di poter leggere il prossimo volume, Awakening.

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L'isola dei Liombruni (Lain) (Italian Edition)
Giovanni Feo